I frutti marci dell'albero del relativismo culturale

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I frutti marci dell'albero del relativismo culturale

Messaggio Da enricorns2 il Dom Ott 09, 2016 3:53 pm


di Giovanni Fighera

09-10-2016


Ogni epoca si è sempre considerata moderna, troppo moderna per il passato. «Ogni generazione si crede destinata a rifare il mondo» scrive A. Camus, romanziere e filosofo francese (1913-1960), premio Nobel per la letteratura nel 1957. Questa affermazione trova profondo riscontro nella Modernità, ovvero dal secolo XVI in avanti, quando si iniziò a mettere in discussione la forza della tradizione e prese avvio la disputa tra gli Antichi e i Moderni (la cosiddetta querelles des ancients et moderns). Ora, non si tratta di ribaltare la posizione modernista avallando acriticamente la superiorità del passato, non si tratta evidentemente di sostenere l’adagio secondo il quale si stava meglio una volta o di assecondare la mentalità antiquata che tende a escludere il moderno e il progresso in nome di quanto non c’è più.

Questa disputa trova, poi, la sua massima espressione nel Seicento, secolo nel quale divenne famosa l’immagine del «nano sulle spalle dei giganti». L’epoca precedente poteva pur essere superiore a quella contemporanea, ma l’uomo moderno partiva dalle acquisizioni e dai risultati che i giganti del passato avevano consegnato loro. Così, pur se nani, i moderni vedevano più lontano. Tra le differenti posizioni espresse tra quanti sostenevano la superiorità del passato e chi propendeva senza dubbi per il presente merita un’attenzione particolare la convinzione dello scrittore francese Bernard Le Bovier Fontenelle (1657-1757).

Per lui il passaggio del tempo comportava quasi sempre un miglioramento tecnologico e scientifico, ma non necessariamente un’evoluzione nel campo delle arti. Concordiamo con questa opinione e, nel contempo, la integriamo affermando che evoluzione scientifica non coincide con progresso umano e dell’umano. Perché dovremmo considerare il condottiero di ventura, stratega militare prezzolato per la propria perizia bellica e assoldato dalle città più ricche, come espressione più alta dell’uomo rispetto al cavaliere, che non combatteva per sé, ma per i deboli, le donne, il signore, la patria, la cristianità?

Perché dovremmo preferire il Gattamelata, rappresentato con una statua equestre nella piazza del Santo a Padova, a Tristano o a Lancillotto o a Perceval? O ancora perché si dovrebbe anteporre Francesco Bussone, detto il Conte di Carmagnola, a san Francesco o a un’altra delle tante figure di santi che coronano il Medioevo?

Nella prospettiva spesso antistorica che caratterizza la Modernità si confonde facilmente l’evoluzione scientifica con la crescita umana in un’ambiguità che sostituisce l’uomo e l’io con l’umanità e il progresso. In questa confusione di fondo il progettista e l’ingegnere che costruiscono in maniera funzionale possono facilmente essere considerati superiori all’architetto medioevale e rinascimentale, anche se è palese per tutti che oggi non esistano più un Michelangelo o un Bernini o un Borromini. Ma se è vero che dai frutti si conosce l’albero è altrettanto vero che dal confronto tra le opere odierne e quelle del passato dovremmo dedurre l’albero della cultura che li ha partoriti. Può sembrare una constatazione ovvia, questa, su cui, però, non ci si sofferma mai a sufficienza.

Da che cosa è, quindi, caratterizzata la cultura contemporanea? Qual è l’albero da cui sono generati i frutti che oggi vediamo? L’epoca contemporanea assiste allo spegnimento di tutti i lanternoni del passato e all’accensione di un nuovo lanternone culturale che nega l’esistenza di qualsiasi verità assoluta, privilegia una finta tolleranza in nome di un presunto multiculturalismo, si rivolge all’esperto in ogni campo, una volta che tutte le figure di riferimento del passato sono cadute.

Persa di vista l’unità del sapere e il senso complessivo della cultura, si assiste ad una parcellizzazione delle discipline che non sono più riconducibili ad un unicum, che non riescono più a dialogare tra loro. Efficacemente il Cardinale Ratzinger coniò l’espressione «dittatura del relativismo» per definire la cultura contemporanea. Non più certezze cui guardare, ma un’unica certezza, quella che non vi sono verità. All’evidenza delle cose si è sostituito il dubbio applicato a tutto, almeno a livello teorico. A livello pratico, infatti, la demolizione del criterio di conoscenza per fede porterebbe al rapido ritorno all’età della pietra, ogni uomo dovrebbe ripercorrere tutte le tappe del passato se non desse credito alle acquisizioni ereditate. Sul piano tecnico scientifico, quindi, il criterio del dubbio non viene invece applicato, anzi talvolta si applica l’ideologia scientista dimentica del vero metodo sperimentale.

Così, si propagano teorie o tesi spesso non ancora dimostrate. Sul piano umano, religioso e metafisico, invece, il dubbio è esteso ad ogni campo, investe ogni aspetto del reale. Di fronte al dubbio generalizzato l’uomo non sa più come affrontare l’avventura del reale. All’eroe antico, Oreste, che con decisione si vuole vendicare della morte del padre si sostituisce Amleto, un uomo preso dal dubbio sulla realtà e sull’evidenza delle cose, inerte, incapace di agire, di operare. Come scrive Pirandello, il suo sguardo, tutto rivolto allo strappo nel cielo di carta, non può più rivolgersi al reale. Allora sonnolenza, pigrizia, inerzia investono la vita umana.

Il relativismo culturale dal campo della conoscenza ha investito nel tempo il campo etico. In assenza del bene e del male, ogni azione umana è arbitraria e soggettiva, cioè valutabile esclusivamente a partire da criteri personali del soggetto che l’ha compiuta. L’azione non è più buona in sé, ma in relazione al fine e agli obiettivi che chi la compie si è prefissato. Sono, così, comprensibili gli scenari contemporanei in cui si arriva a negare la stessa evidenza della divisione tra i sessi (attraverso la diffusione e l’imposizione della dottrina gender) o si propugnano come diritti azioni che sono atroci delitti, come l’aborto.

Pensiamo all’ipocrisia che pensa di coprire con il nome di diritto un’azione che non è altro che l’uccisione di un bimbo che non ha diritto di parola. E l’ipocrisia di questa cultura è ancor maggiore perché, se un bambino venisse sciolto nell’acido dopo essere uscito dal grembo della madre, l’artefice dell’atrocità verrebbe stigmatizzato con il nome di mostro, mentre se l’azione è compiuta quando il feto è ancora nel grembo, la madre allora non fa altro che esercitare un suo diritto. Gli esempi che potremmo qui addurre sono miriadi.

Senza soffermarci ulteriormente, sottolineiamo come, una volta messo in discussione un sistema universale di valori (potremmo anche chiamarlo il diritto naturale), il piacere e il capriccio del momento diventano il punto di riferimento, facilmente manipolabili dal sistema di potere che cerca di imporre nuove dittature ideologiche. Il relativismo (o nichilismo) è, quindi, il terreno più fertile per il dilagare dell’ideologie.

Il passaggio dal relativismo gnoseologico ed etico a quello estetico è immediato. Se bello, buono e vero coincidono, in mancanza di un bene e di un vero oggettivi, anche il bello perde uno statuto di esistenza. La crisi culturale è divenuta così, inevitabilmente, anche una crisi educativa.
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